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venerdì 13 luglio 2012

La scomparsa di Gianfranco Bini. Un grande fotografo e la sua eredita'artistica e culturale

Fedele a un genere che a volte faceva storcere il naso a molti "esperti" con o senza virgolette, Gianfranco Bini è stato un grande della fotografia e, quindi, dell'arte. È morto mercoledì scorso a Biella, il suo cuore ha ceduto durante un intervento chirurgico. Con oltre 70 volumi dedicati in gran parte alla cultura alpina ha dato vita a un patrimonio che unisce i contenuti dell'etnografia a quelli dell'alpinismo, quelli della cultura popolare e quelli della civiltà delle terre alte. I più noti: Lassù gli ultimi, Fame d'erba, Annapurna, Un solco nell'anima, La Passione di Sordevolo.



Ho avuto il privilegio di conoscere da vicino Gianfranco durante i miei anni a "il Biellese". La sua vena — a volte un po' “costruita” — di burbero pessimismo, direi quasi “alla Bartali” — è tutto sbagliato, è tutto da rifare... — lasciava trasparire un tenace amore per la montagna e per la sua gente. Un amore non privo di arrabbiature quando vedeva i “suoi” montanari — che non erano mai falsificati in buoni selvaggi — fare qualche “stupidata”. So di avventurarmi su terreni delicati e Gianfranco mi perdonerà ma ho sempre avuto la sensazione che il suo lavoro di fotografo — così appassionato, così instancabile, a volte così spigoloso — nascesse da una ferita interiore, da un "solco nell'anima”, da un grido profondo che si rivolgeva alla realtà, scuotendola e interrogandola. Con esiti mirabili e universali, come è per ogni artista. E quando abbassava quei suoi occhiali scuri vedevi uscire uno sguardo sorprendentemente chiaro, con un sorriso che mitigava le cose terribili ( e i giudizi sferzanti...) che ti aveva appena staffilato.
Grande artista, dunque, premiato con il premio Itas a Trento negli anni '70. Volutamente estraneo ai grandi giri editoriali ma per questo libero di seguire l'ispirazione e di scegliere le commesse che più incontravano la sua sensibilità. Artigiano di classe sopraffina, da non tecnico credo di poter dire che si convertì molto tardi alle nuove tecnologie e ricordo tante proiezioni in multivisione con l'andare e venire manuale delle dia 6X6, magari in qualche chiesetta di frazione valdostana.
Grande il suo amore per Oropa: “Un solco nell'anima” dedicato al Santuario resta secondo me uno dei suoi libri più formidabili.
Una parola va spesa sul sodalizio artistico con la compianta Giuseppina Simonetti, maestra elementare se mai ce ne fu una e vera poetessa dell'anima. Il connubio fra i testi della Simonetti e le foto di Bini era ed è semplicemente perfetto. Non so come sia nato nè ho avuto la fortuna di vedere come nascessero le idee che poi davano forma a un libro. Ma avendo avuto la fortuna di parlare con la maestra di Muzzano per concordare qualche articolo per il Biellese — che mettevo rigorosamente in prima pagina — posso dire con certezza che la dolcezza dell'una era il perfetto complemento della spigolosità dell'altro. E alla fine il risultato era mirabile.
Quelli di Gianfranco hanno due caratteristiche molto rare tra i libri: sono molto sfogliati e al tempo stesso sono al posto d'onore in migliaia di case biellesi, eredità che si passano tra le generazioni. In un'epoca in cui è sempre più raro prendersi il tempo di sedersi ed entrare nel mondo delle immagini e dei testi di un buon volume e in cui non è infrequente trovare finte librerie con finti dorsi di rilegature, non è poco.
Ultima considerazione. L'eredità artistica e culturale di Bini è immensa. Si parla di oltre un milione di immagini. Auguriamoci che chi gli è stato vicino trovi idee e forze per preservarla e per renderla ciò che è: un patrimonio di bellezza.

1 commento:

  1. Alessandro Borsa28 agosto 2015 16:04

    Conosco il volume " Lassù gli ultimi " da tanti anni, e ne ho comprata una copia in questi giorni. Fotografie splendide e grande umanità. Grazie, Gianfranco Bini !!!
    Alessandro Borsa . CAI di Vimercate

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