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lunedì 2 aprile 2012

Un editoriale su un episodio che ha fatto discutere

Avvenire ha pubblicato martedì 27 marzo un mio editoriale di commento a un episodio molto discusso, sul web e fuori.
Ecco il testo originale, quello effettivamente pubblicato (in questo momento non linkabile) ha subito alcuni lievi ritocchi redazionali per esigenze di impaginazione.
 
«Pensavo di essere ironica. Mi sono fatta suggestionare da tutti i discorsi che leggo su Facebook, su internet: questa Fornero così ci ammazza, ci manda tutti al cimitero… perciò in vista del sit-in ho pensato di farmi stampare quella maglietta,  con quella scritta… Una cretina,  me lo dico da sola».
Bisogna leggerla, l’intervista  pubblicata dal Corriere con la signora Paola Francioni, («57 anni, romana, casalinga») che il cronista descrive con efficacia «scossa, da due giorni chiusa in casa, stesa sul letto» dopo il putiferio scatenato dalla maglietta,  esibita con la ormai arcinota scritta “La Fornero al cimitero”. Bisogna leggerla ed essere grati per la sincerità (si spera) con cui la signora Paola racconta la sua «cretinata». Perché dicendo di sé e del suo essere sconvolta — «mi dispero e piango e mi addoloro (…) per quella maledetta scritta. Ho anche spedito tre mail di scuse alla Fornero» — dice di noi in questi tempi più di un sondaggio, più di un convegno, più di un trattato.
Una storia come milioni, quella della signora Paola, così come emerge dal colloquio con il giornalista. Con la pensione del marito, a portata di mano, che si allontana beffarda ma, da quel che si capisce, senza che questo generi, come in troppi casi, problemi drammatici: «Sono saltati progetti, idee…».
Com’è, allora, che una casalinga, non un giovinastro esagitato,  neppure compra — e il gesto, magari nell’emulazione sovreccitata di una qualche manifestazione, avrebbe un suo perchè —ma «si fa fare» quella maglietta con quella scritta? Com’è che una “persona normale” va in giro esponendo sul suo corpo — molto si potrebbe dire sul fenomeno delle t-shirt dichiarative — un auspicio di morte così diretto, così personale e così banale, elegantemente e sarcasticamente in rima?
Bisogna porsela, questa domanda. E rispondere con uno sguardo di compassione sulla signora Paola e su di sé e su tutti noi. Rispondere dicendoci che questo può succedere più facilmente che mai perché siamo alla seconda e ultima tappa del processo di scristianizzazione.
Il primo passaggio aveva allontanato dall’orizzonte quotidiano della gente la genuinità immediata del Fatto cristiano. Il suo essere, appunto, un avvenimento presente nella storia degli uomini, aderendo al quale prende solidità il desiderio dell’uomo di affermare il bene nonostante il richiamo del male.
Una Presenza che, allontanata, diventa un’assenza, lasciando solo in piedi un guscio di regole (la morale) che, orfane del Fatto che le generava, si sono subito trasformate in moralismo, soffocante strumento di chi ha il potere.
Il secondo passaggio è perfettamente fotografato dalle parole della signora Paola: anche il guscio è crollato e fluttuiamo nel vuoto. Predisposti ad essere “suggestionati dai discorsi che si leggono su Facebook”. Preda delle nostre reazioni (magari di fronte a reali ingiustizie), in una sorta di trance irresponsabile, nulla ha più peso e valore e siamo pronti, con leggerezza, ad affermare tutto e il contrario di tutto (compreso l’auspicio di morte altrui) e a correre a farcelo stampare sulla maglietta, cioè addosso.
Se ne esce? E come? Più che alle strida di protesta quasi sempre interessate e, in fondo, obbedienti alla stessa logica nichilista occorre fare attenzione al sussulto di umanità, al pianto della signora Paola, “chiusa in camera, stesa sul letto”.
Se ne esce ripartendo da lì, dall’umano, da una commozione intenerita per una debolezza inescusabile che ci riconosciamo addosso. Una debolezza carica di domanda, che non può essere sanata da nessuna rivendicazione, da nessun social network, ma solo dal riproporsi di quel Fatto che a Pasqua si ostina a riaccadere.






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